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· Giacomo Penco Salvi

Licenze per aprire un ristorante in Italia: SCIA, SAB e la via del preposto

La 'licenza ristorante' non esiste più: oggi si presenta una SCIA. Il vero scoglio sono i requisiti professionali — e per un investitore estero c'è una via legale e pulita: il preposto. Spiegato da chi i locali li apre davvero.

C'è una domanda che gli investitori esteri ci fanno sempre, di solito con un po' di ansia: "quanto costa la licenza per il ristorante? E quanto ci vuole a ottenerla?". La risposta li sorprende: in Italia la "licenza ristorante" come autorizzazione da comprare o da vincere non esiste più. Dal 2010 il settore è liberalizzato. Quello che esiste è una catena di adempimenti — e un requisito professionale che per chi arriva dall'estero sembra un muro, ma ha una porta perfettamente legale: il preposto.

Non si "ottiene una licenza": si presenta una SCIA

Per aprire un'attività di somministrazione di alimenti e bevande (questo il nome tecnico di bar e ristoranti) si presenta una SCIA — Segnalazione Certificata di Inizio Attività — allo sportello SUAP del Comune, quasi sempre online tramite il portale impresainungiorno.gov.it. La disciplina è nel D.Lgs. 59/2010, l'attuazione italiana della direttiva servizi europea.

La SCIA ha una proprietà che a chi viene da altri ordinamenti pare incredibile: ha effetto immediato. La presenti e puoi aprire; i controlli dell'amministrazione arrivano dopo. Non c'è un'attesa di mesi per un permesso — se le carte sono in ordine.

L'eccezione da conoscere: in alcune zone tutelate (tipicamente i centri storici delle città d'arte) il Comune può aver fissato criteri di programmazione, e lì serve una vera autorizzazione. È uno dei motivi per cui la scelta della location va fatta dopo la verifica urbanistica, mai prima.

Il vero scoglio: i requisiti professionali

Per firmare quella SCIA la persona (o la società) deve avere due famiglie di requisiti, fissati dall'art. 71 del D.Lgs. 59/2010:

  • Requisiti morali: niente condanne rilevanti, niente misure antimafia. Valgono per titolari, soci e amministratori.
  • Requisiti professionali — almeno uno tra:
    1. il corso SAB (Somministrazione Alimenti e Bevande, l'erede del vecchio "REC"): un corso regionale, tipicamente 100+ ore con esame finale;
    2. due anni di pratica professionale negli ultimi cinque, come dipendente qualificato o coadiutore familiare nel settore alimentare, con regolare inquadramento;
    3. un titolo di studio idoneo — diploma alberghiero o laurea con materie attinenti (merceologia, igiene degli alimenti…).

Ed ecco il problema dell'investitore estero: non ha il corso italiano, la sua esperienza all'estero raramente è documentabile nei termini richiesti, il suo titolo di studio spesso non è riconosciuto. Fine del sogno? No.

La via del preposto, spiegata bene

La legge stessa prevede la soluzione: se chi apre non ha i requisiti professionali, può nominare un preposto che li ha. Il preposto (in alcune regioni "delegato alla somministrazione") è una persona fisica — un direttore, un socio operativo, un responsabile — che possiede il SAB o l'esperienza qualificata, accetta formalmente l'incarico nella pratica SUAP e risponde della conduzione tecnica dell'attività.

In pratica, per una S.r.l. costituita da un investitore estero:

  • la società presenta la SCIA;
  • i requisiti morali li devono avere tutti (soci e amministratori);
  • i requisiti professionali li porta il preposto nominato.

È esattamente il meccanismo che usiamo nei progetti che seguiamo: il locale apre con un preposto qualificato del team operativo, e l'investitore — se vuole intestarsi il requisito in futuro — si iscrive al corso SAB con calma, a locale già avviato. Nessuna scorciatoia grigia: è la strada che il legislatore ha disegnato apposta per separare chi investe da chi conduce tecnicamente.

Il resto della catena (quello che nessuno ti dice)

La SCIA commerciale è il pezzo famoso, ma un ristorante che apre bene ne ha dietro una fila. La checklist reale:

  • Notifica sanitaria (ex Reg. CE 852/2004): la registrazione dell'attività alimentare all'ASL, contestuale alla SCIA. Con lei, il piano di autocontrollo HACCP e la formazione degli addetti.
  • Destinazione d'uso e agibilità del locale: il fondo deve essere compatibile con la somministrazione. È il singolo punto che fa saltare più trattative immobiliari — verificarlo prima di firmare il contratto di locazione, non dopo.
  • Canna fumaria: se c'è cucina con cottura, serve (salvo tecnologie alternative ammesse localmente). Nei centri storici può essere il vero collo di bottiglia del progetto.
  • Impatto acustico: la valutazione (o autocertificazione, dove ammessa) per musica e dehors.
  • Suolo pubblico: il dehors va autorizzato dal Comune, con canone.
  • Alcolici: la comunicazione all'Agenzia delle Dogane per la vendita di prodotti alcolici.
  • SIAE per la musica, insegna, cartellonistica.

Nessuno di questi passaggi è drammatico. Il dramma è scoprirli in ordine sbagliato — tipicamente dopo aver firmato un affitto per un fondo dove metà di questa lista non si può soddisfare.

Gli errori che vediamo più spesso

  1. "Compro la licenza da un locale che chiude." Non stai comprando una licenza (non esiste): stai comprando un'azienda o un ramo d'azienda, con la sua storia, i suoi debiti potenziali e i suoi contratti. A volte ha senso, ma è un'operazione societaria vera, da fare con due diligence.
  2. Firmare la locazione prima delle verifiche su destinazione d'uso, canna fumaria e vincoli. Il contratto va condizionato agli esiti, sempre.
  3. Pensare al SAB come a un ostacolo personale. Non serve che l'investitore lo abbia: serve che qualcuno nella struttura lo abbia. È un tema di organigramma, non di visto.

Come lo gestiamo noi

Nel nostro metodo questa catena è la fase che chiamiamo "pratiche e cantiere": la mappiamo per il Comune specifico prima di bloccare il fondo, il preposto è definito nel piano operativo insieme al resto della squadra, e ogni adempimento ha una data e un responsabile dentro il gestionale. È il lavoro noioso che rende possibile quello bello.

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